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Corporate Blogging e policy: la lezione di Cisco

Leggo e volentieri riporto un articolo molto interessante sul Corporate blogging, pubblicato su Blog4biz.
X le aziende che ancora si illudono di poter controllare l’informazione e l’espressione col ricorso a strette policy, credo che questo articolo possa esser addirittura illuminante. Ne riporto un estratto, se vi interessa l’art. completo lo trovate qui.

Mi piacerebbe legger qualche commento di chi vive questo problema in azienda (come ti regoli, scrivi un blog non riconducibile a te o non scrivi della tua azienda?) ma anche di chi semplicemente vuol dire la sua…
Invece di mettere la museruola ai suoi dipendenti (come a dir il vero molti altri avrebbero fatto), “The Human Network” ha pensato bene di aggiornare la propria blogging policy e imporre loro il divieto di bloggare nell’anonimato o senza rivelare chiaramente quali sono siano loro rapporti con l’azienda.

Bene, perché è un gesto che costringe i dipendenti/blogger a prendersi la responsabilità di quello che scrivono; perché è un altro passo verso la trasparenza nella comunicazione aziendale; perché nessuno potra più sollevare il dubbio che Frenkel o chi per lui lavorava sì in incognito, ma pur sempre per conto di Cisco. Una freccia in meno all’arco delle male lingue.
Male, perché farlo adesso è un po’ come chiudere il recinto quando i buoi sono già scappati. Ogni azienda che non ostacola o addirittura incoraggia il blogging tra i propri dipendenti dovrebbe invece dotarsi fin da subito di una policy interna espressamente dedicata al corporate blogging. Un documento che tenga conto sia dei blog “personali”, sia di quelli parte di un articolato progetto di nuova comunicazione.
Non un “codice medievale” fatto di divieti e relative pene corporali per i trasgressori, intendiamoci. Piuttosto un vademecum di regole dettate dal buon senso, di consigli, di risorse alla quali fare ricorso in caso di emergenza.
Un documento che deve essere condiviso con i dipendenti e che deve restare aperto ad aggiornamenti e integrazioni generate dall’esperienza sul campo di quegli stessi che vi fanno ricorso (Un wiki sarebbe l’ideale).
E non fatevi troppe illusioni: pensare che siete già a posto perché la gente sul vostro foglio paga ha firmato un NDA (non disclosure agreement) già di per sé ricco di regole è, generalmente, sbagliato. Dubito infatti che i vostri contratti standard includano già regole chiare per gestire le nuove istanze della comunicazione 2.0. Se anche fosse, saremmo comunque di fronte a documenti “chiusi”, quindi incapaci di accogliere il bagaglio di update che il nuovo modo di rapportarsi con l’utente/cliente genera quotidianamente.
Pensateci. Qui come altrove “prevenire è meglio che curare”.

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